Le Banche che hanno fatto la Storia: Parte 2

Dopo aver visto la scorsa settimana di come 2 famiglie, i Fugger prima e i Medici poi, abbiano influenzato la storia con le proprie attività finanziarie, continuiamo il nostro discorso parlando di una delle dinastie più ricche e influenti di sempre: i Rothshild.

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I Rothshild

La nascita di una delle famiglie più ricche e prestigiose al mondo si può ricondurre ad un orafo e cambiavalute tedesco vissuto a Francoforte nella metà del XVIII sec: Amschel Moses. La piccola attività di famiglia era caratterizzata dal disegno di un aquila impugnante uno scudo rosso, in tedesco “roth-shild”.

Suo figlio, Mayer Amschel Rothschild, il primo ad adottare il celebre cognome, dimostrò sin da subito un’innata abilità per la finanza ed il commercio. Egli seppe infatti sviluppare i propri affari anche grazie ad amicizie influenti come, ad esempio, William, principe di Hesse-Kassel. Il loro stretto rapporto lo portò ad entrare ben presto nelle grazie di numerose famiglie nobili tedesche e, di conseguenza, a diventarne il banchiere di fiducia.

Tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, in concomitanza con l’ascesa in Francia di Napoleone Bonaparte, i 5 figli di Mayer aprirono rispettivamente 5 filiali della banca di famiglia a Londra, Berlino, Parigi, Napoli e Vienna. Fu così che Nathan Rothshild, il figlio trasferitosi a Londra, seppe sfruttare meglio di chiunque altro la crescente tensione politica venutasi a creare in Europa. Dal 1813 al 1815, grazie anche ad una rete di contrabbando per l’oro, riuscì a finanziare il Duca di Wellington contro Napoleone. I restanti fratelli invece si impegnarono per creare un fitto intreccio di agenti, corrieri e informatori per far circolare l’oro nell’Europa distrutta dalla guerra e non far mancare mai la liquidità nelle casse londinesi della famiglia. Per capire l’importanza di tali collegamenti basti pensare che Nathan seppe della vittoria di Waterloo un giorno in anticipo rispetto al governo inglese.

Nathan Rothschild, capo della sede londinese della banca

I guadagni della famiglia però non cessarono con la disfatta di Napoleone, anzi, crebbero a dismisura. Tralasciando infatti l’enorme passivo maturato dall’Inghilterra, la stessa Francia sconfitta si rivolse ai Rothshild per far fronte ai debiti di guerra.

La definitiva consacrazione dei Rothshild a livello europeo avvenne quando, nel 1826, grazie all’immissione nel mercato di un ingente quantitativo d’oro, riuscirono a salvare la Banca d’Inghilterra da una terribile crisi di liquidità. I Rothshild si impegnarono inoltre, sull’onda dell’incombente rivoluzione industriale, a finanziare la costruzione delle reti ferroviarie in Francia, Italia e Austria e furono determinanti per la realizzazione del Canale di Suez, fondamentale per i commerci mondiali.

I Rothshild si dimostrarono ancora una volta indispensabili per la risoluzione di una guerra in seguito al trattato di Francoforte del 1871, stipulato fra la Francia, pesantemente sconfitta, e l’Impero Tedesco, entrambi fautori della guerra franco-prussiana. Comprendendo tutti i vari risarcimenti di guerra richiesti dalla Germania, la Francia si vide costretta a pagare un totale pari a 5 miliardi di franchi (all’incirca 25 miliardi di euro attuali). Le casse statali francesi non possedevano però una simile somma di denaro, ma i Rothshild si. La prestigiosa banca di impegnò pertanto a saldare il debito. I Rothshild ricoprirono ancora un ruolo importante per il pagamento dei debiti contratti da pressoché tutte le nazioni sia durante la prima che la seconda guerra mondiale. Ad oggi la loro è ancora una delle dinastie più ricche e influenti che la storia abbia mai visto.

La crisi di Wall Street

Come si è visto quindi, l’evoluzione di una banca o, in generale, dei detentori del potere economico, può interferire in maniera irreversibile sulla storia. Un esempio eclatante è la crisi della borsa di Wall Street del 1929.

Prima di parlare però di ciò che avvenne in seguito al “Giovedì nero” di quell’ottobre 1929, è doverono comprendere le cause che portarono ad un simile disastro.

La borsa americana, sin dall’immediato primo dopoguerra, iniziò a registrare un vero e proprio boom e, con essa, tutta l’economia statunitense. Le aziende producevano come non mai; una nuova forma produttiva, il taylorismo, iniziò ad essere applicata in ogni settore produttivo. L’industria automobilistica, di recente invenzione, si sviluppò velocemente arrivando a produrre 5,4 milioni di vetture nel solo 1928 e, di conseguenza, industrie elettriche, edili e tecnologiche aumentarono considerevolmente.

A fronte però di un aumento medio della produzione del 43%, i salari dei lavoratori crebbero solo del 20%. Questo non fece altro che aumentare i profitti delle aziende e, di conseguenza, il valore delle loro azioni in borsa. Il clima di crescita generale venne accompagnato da una crescente euforia e fiducia nei mercati; l’idea di poter far soldi facilmente senza lavorare era oramai diventata una convinzione comune.

Come tutte le bolle finanziarie però, il sogno era destinato a finire. Nell’ottobre del 1929, in seguito ad una brusca correzione dei prezzi azionari registrati a Wall Street, si assistette allo scoppio della bolla. Gli investitori, intimoriti dal repentino abbassamento dei prezzi, iniziarono a vendere in preda al panico le proprie azioni causando il tracollo di tutto il mercato azionario.

Coda di disoccupati in seguito alla crisi del ’29 in fila per un pasto gratuito

Le banche furono le prime vittime del crollo della borsa. Esse infatti erano molto esposte alle variazioni di mercato, essendo le principali finanziatrici degli investitori. I risparmiatori quindi, intimoriti dai possibili effetti sui propri risparmi, iniziarono a ritirare i propri depositi prosciugando letteralmente le casse di numerose banche. La stessa “Bank of the United States“, un colosso al tempo con oltre 400.000 risparmiatori, fu una delle prime a dichiarare bancarotta.

La crisi divenne di portata mondiale quando gli istituti finanziari americani, per esigenze nazionali, iniziarono a richiamare i prestiti concessi nel dopoguerra alle nazioni europee.

Il crollo del mercato causò il fallimento di centinaia di banche e di migliaia di aziende. Ne conseguirono milioni di disoccupati in tutto il mondo e capitali di milioni e milioni di dollari letteralmente “bruciati”.

Meccanismi simili alla crisi del ’29 avvennero con la grande recessione del 2008, i cui effetti si fanno sentire ancor oggi. Riassumendo brevemente infatti, anche nel 2008 si trattò dello scoppio di una bolla immobiliare che comportò il fallimento di una delle maggiori banche americane: la “Lehman Brothers” (basti pensare che il debito al momento della bancarotta ammontava a circa 1407 miliardi di dollari).

I Bardi e i Peruzzi

Per assurdo però si era già assistito a qualcosa di simile nella storia, più precisamente 600 anni prima del crack del ’29. In questo articolo infatti si è già parlato dei Medici e della loro fiorente banca ma si è omesso volutamente uno dei tanti motivi della loro iniziale fortuna, ovvero la mancanza di rivali. Tale assenza infatti è giustificata dal fallimento di tutte le principali banche fiorentine avvenuto intorno al 1345, prime fa tutte quelle dei Bardi e dei Peruzzi.

Nei primi anni del XIV sec le loro erano tra le banche più importanti e influenti esistenti. Con filiali in tutta Europa, potevano vantare clienti del calibro di mercanti e sovrani ed un sistema fiscale raffinato. Firenze inoltre, a causa delle guerre contro gli Scaligeri e Lucca, era arrivata ad indebitarsi per una cifra che sfiorava i 600 mila fiorini.

Il mestiere del cambiavalute

I primi segnali della crisi impellente iniziarono a palesarsi quando, nel settembre del 1340, Re Edoardo III d’Inghilterra diede sostanzialmente il via alla Guerra dei Cent’anni.

Parve subito evidente come il re inglese non potesse adempiere ai suoi precedenti debiti e, a causa della crescente tensione politica, il re Roberto di Napoli decise di ritirare i propri capitali dalle banche fiorentine. Impossibilitate a reagire di fronte ad una simile mancanza di liquidità, i Bardi e i Peruzzi furono costretti a dichiarare bancarotta (per un totale di un milione e mezzo di fiorini di debito). Con loro altre banche, seppur più piccole, fallirono. Firenze ne escì distrutta. Solamente sul finire del secolo la situazione tornò a migliorare e, vedendo una possibilità di successo, una nuova famiglia prese piede a Firenze: i Medici.

-Nicholas

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Bibliografia

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