La Battaglia di Nikolajewka

La battaglia di Nikolajewka, combattuta il 26 gennaio 1943, fu uno degli scontri più importanti durante il caotico ripiegamento delle residue forze dell’Asse nella parte meridionale del fronte orientale durante la seconda guerra mondiale.

L’attacco sovietico

Il tutto ebbe inizio con l’attacco sovietico alle posizioni italiane sul fronte meridionale del fiume Don il 16 dicembre 1942. I russi, con l’ausilio di ingenti forze corazzate, attaccarono le postazioni italiane e, dopo un’accanita resistenza italiana, riuscirono a sfondare la sera del 17. In poco tempo i Russi riuscirono ad occupare alcune delle postazioni di comando italo-tedesche. Per paura di un accerchiamento, le prime unità italiane vennero fatte ripiegare, inizialmente con l’idea di arginare le forze sovietiche, a partire dal 19 dicembre.

La paura però si concretizzò. I russi sferrarono un altro attacco il 12 gennaio alle postazioni poste nel settore nord del fiume, non ancora interessate dalla precedente offensiva. L’attacco occupò principalmente i fianchi dello schieramento italiano, presieduti da alcuni reparti ungheresi e tedeschi. Essi non riuscirono a resistere, soprattutto di fronte al vasto utilizzo di mezzi corazzati da parte dei russi. I sovietici occuparono in breve tempo sia il comando alpino che quello tedesco aggirando definitivamente le forze dell’asse. Iniziò così una ritirata drammatica, in condizioni meteo a dir poco avverse, e soggetta a continui scontri, anche molto significativi, durante tutto il ripiegamento.

Ciò che rimase delle forze dell’asse, provate sia dai combattimenti che dal gelo, si ritrovarono di fronte all’ultimo sbarramento sovietico allestito per bloccare la ritirata: erano asserragliati nel villaggio di Nikolajewka, snodo ferroviario fondamentale ai fini del distaccamento dal fronte delle truppe italo-tedesche.

La battaglia

Prima ancora di sferrare l’attacco definitivo alle postazioni russe, le forze italo-tedesche vennero continuamente bersagliate dall’aviazione e dall’artiglieria russa. Privi di adeguati mezzi per la difesa, e di un qualsiasi riparo, le forze dell’asse subirono ingenti perdite ancora prima dell’inizio della battaglia.

L’arduo compito di sfondare le linee nemiche venne affidato alla Tridentina, unica delle divisioni italiane ancora in grado di combattere. Si distinsero notevolmente, per atti di coraggio e valore, i Battaglioni “Vestone”, “Verona”, “Valchiese” e “Tirano”. Le truppe italiane, equipaggiate con armi insufficienti e munizioni scarse, riuscirono a fronteggiare valorosamente i difensori, arroccati sul terrapieno della ferrovia della città e dotati di armi pesanti e artiglieria. Gli scontri si protrassero per ore nelle strade della cittadina e sfociarono spesso in combattimenti corpo a corpo.

In serata si unirono agli scontri i battaglioni “Edolo” e “Valcamonica” e gli uomini della Tridentina, guidati dal generale Luigi Reverberi, riuscirono a spezzare le linee sovietiche, grazie anche all’unico carro armato tedesco ancora in funzione, e a conquistare la fondamentale ferrovia.

Il valore dimostrato dal generale Reverberi inoltre gli fece guadagnare una Medaglia al valore:

“Alla testa di un manipolo di animosi, balza su un carro armato e si lancia leoninamente, nella furia della rabbiosa reazione nemica, sull’ostacolo, incitando con la voce e il gesto la colonna che, elettrizzata dall’esempio eroico, lo segue entusiasticamente a valanga coronando con una fulgida vittoria il successo della giornata ed il felice compimento del movimento. Esempio luminoso di generosa offerta, eletta coscienza di capo, eroico valore di soldato.”

Nonostante le ingenti perdite italiane, decimate dagli scontri e dal gelo, la battaglia rappresentò comunque un successo per le forze dell’asse. Nonostante le mancanze e la completa disorganizzazione infatti, in seguito allo sfondamento di Nikolajewka, riuscirono a raggiungere Shebekino il 31 gennaio 1943, località al di fuori della “tenaglia” russa.

Purtroppo però questa è la storia solo di una minima parte dei combattenti italiani in Russia. Alcuni reparti non riuscirono nemmeno a sganciarsi dalla linea sul Don e rimasero intrappolati nelle loro posizioni fino alla resa. Di coloro che iniziarono la ritirata, circa 61 mila, uscirono dalla sacca, in seguito alla battaglia di Nikolajewka, solo 13 mila e 400 uomini e 7 mila congelati. 40 mila furono i caduti in quella tragica ritirata, segnati dal gelo e dai continui scontri. Altri migliaia inoltre furono fatti prigionieri e inviati nei vari campi sovietici. Solo una minima percentuale fece ritorno alla fine della guerra.

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