Il Golpe Borghese

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L’Italia di anni bui ne ha passati. Forse i più giovani no, ma sicuramente molti fra i lettori si ricorderanno il vero e proprio clima di terrore che ha aleggiato sul nostro paese per quasi trent’anni, dalla fine degli anni ’60 sino agli anni ’90 inoltrati.

La paura di accendere il televisore ed assistere all’ennesimo bagno di sangue era troppa. Ma, nonostante questo, l’evento di cui andiamo a raccontarvi non apparve sugli schermi degli italiani o, almeno, non subito. Stiamo parlando del Golpe Borghese.

Solamente il 17 marzo del 1971 l’Italia scoprì un’evento che avrebbe potuto modificarne radicalmente la storia, sia politica che sociale. Il tutto, però, era avvenuto l’anno precedente, a Roma e nelle principali città italiane, la notte fra il 7 e l’8 dicembre del 1970.

Quella notte di inizio dicembre infatti centinaia di membri delle forze dell’ordine, componenti della Guardia Forestale e giovani appartenenti a formazioni neofasciste, vennero preparati e disposti in zone chiave delle maggiori città italiane, prima fra tutte Roma, pronti ad insorgere in attesa di un ordine.

L’obbiettivo era quello di arginare l’incombenza dei partiti di sinistra, instauratisi al potere da quasi trent’anni, sin dalla fine della guerra. Il potere, infatti, era spartito quasi equamente fra PSI e DC con grandi figure di spicco da ambedue le parti come Sandro Pertini e Amintore Fanfani.

Come detto, però, una grande fetta delle camere apparteneva alla DC. Quindi, quale motivo c’era di innescare un golpe, che con molta probabilità avrebbe portato ad un bagno di sangue, se la politica italiana era in mano ad una fazione che di sinistra aveva poco?

Per rispondere a questa domanda basta il nome dell’ideatore di tutto: Junio Valerio Borghese.

Borghese, il principe nero, fu un comandante della marina italiana durante tutto il corso della guerra. Distintosi per le imprese della Xma MAS contro la marina britannica, dopo l’armistizio continuò a servire a fianco dei tedeschi e, rimasto a capo della Xma flottiglia, aderì alla RSI.

Nel dopoguerra subì svariati processi per crimini di guerra, riferiti al periodo post 8 settembre. Accusato di collaborazionismo e di azioni di sabotaggio, si vide assegnare 12 anni di reclusione, ridotti a 3 in virtù delle sue gesta tra le schiere del regolare esercito italiano.

Scontata regolarmente la sua pena, aderì al Movimento Sociale Italiano (MSI) per poi diventarne il presidente onorario. Staccatosi dal movimento, nel ’68 costituì il “fronte nazionale”, partito di estrema destra di costituzione extraparlamentare. Fu proprio a capo di questa formazione che in pochi anni si instaurò l’idea di un sovvertimento dello stato, ovvero un golpe.

Questa idea, come detto, si concretizzò, o almeno questo era l’intento, in una notte di dicembre del 1970.

I piani erano molto articolati e, soprattutto, dettagliati. Gruppi di neofascisti si erano radunati nei punti nevralgici dei Roma, fuori dalle sedi RAI, stazione termini e università, mentre, fuori dalla città, un distaccamento della Forestale attendeva ordini per consolidare l’azione eversiva.

Borghese, nel mentre, si trovava nel quartiere di Nomentano, scelto come quartier generale, e dirigeva le operazioni alla presenza del generale dell’Aeronautica Giuseppe Casero e del maggiore della polizia Salvatore Pecorella.

Gli obbiettivi erano svariati e non ristretti alla sola città di Roma:

  • Occupazione delle sedi RAI e dei vari mezzi di comunicazione;
  • Occupazione del Ministero dell’Interno;
  • Occupazione del Ministero della Difesa;
  • Allontanamento degli oppositori presenti in parlamento;
  • Rapimento del Capo di Stato in carica Giuseppe Saragat;
  • Assassinio del capo della polizia Angelo Vicari;
  • Occupazioni di centrali elettriche e telefoniche;
  • “Accensione” di vari disordini in punti vari della città di Roma.

Soprattutto quest’ultimo punto ricopriva una grande importanza strategica nei piani di Borghese. In seguito ai disordini, infatti, sarebbero dovute intervenire le forze dell’ordine regolari e l’esercito.

L’esercito infatti, zeppo di infiltrazioni golpiste, si sarebbe schierato dalla parte dei rivoltosi per salvaguardare “l’ordine pubblico”. Questo sarebbe stato il tassello chiave per la riuscita del complotto. I golpisti in se, infatti, mai avrebbero potuto sconvolgere il paese privi dell’aiuto di terzi.

Fu così che centinaia di congiurati attesero per ore il comando per riscrivere la storia del paese al grido di “Tora, Tora”, il nome dell’operazione. (Curioso notare come “Tora, Tora, Tora” fosse il messaggio in codice per l’attacco giapponese a Pearl Harbor, avvenuto tra il 7 e l’8 dicembre 1941).

Sono le 22:15 quando scatta l’operazione e l’Italia è sull’orlo del cambiamento. Le staffette motorizzate sfrecciano per le città italiane al fine di consegnare tempestivamente gli ordini direttamente ai capi della congiura.

Membri dell’estrema destra, infiltrati già dal pomeriggio nel ministero dell’Interno, penetrano nell’armeria e fanno rifornimento di armi e munizioni varie, caricate successivamente su di un camion diretto ad altri reparti di congiurati.

Tutto sembra procedere secondo i piani quando, ad un certo punto, con la colonna degli insorti a poche centinaia di metri dalla sede della RAI e formazioni varie già schierate per le città, arriva il contrordine direttamente da Borghese. Il golpe era stato annullato dal suo stesso ideatore.

Fu così che centinaia di ragazzi, per lo più giovani, se ne tornarono ai punti di partenza e, successivamente, nelle loro abitazioni dopo un sostanziale nulla di fatto.

In questi quarant’anni numerose sono state le ipotesi sul perché di questo dietrofront. È risaputo come istituzioni americane, CIA fra tutte, fossero a conoscenza, e approvassero il golpe. Il tutto a certe condizioni però.

Una delle teorie più accreditate è che Borghese avesse compreso il “complotto nel complotto”. Gli americani, infatti, avrebbero utilizzato il golpe come “cavallo di Troia” per liberarsi dei partiti di sinistra e instaurare un governo a loro favorevole, sborazzandosi quindi di Borghese stesso; primo fra tutti spiccava il nome di Giulio Andreotti.

Tutto, come già detto, all’insaputa più totale degli italiani. Solamente qualche mese più tardi, attraverso un titolo di giornale, gli italiani si resero conto di cosa avevano rischiato.

Dopo anni di processi, terminati nel 1984, il tutto si risolse in un sostanziale nulla di fatto in quanto tutti gli imputati vennero assolti con la dicitura de “il fatto non sussiste”.

Nonostante questo, durante i processi risultarono evidenti sia i legami con rappresentanti statunitensi che con organizzazioni mafiose, insufficienti comunque a spiegare il dietrofront di Borghese a golpe iniziato.

La verità, come intuibile, non uscì mai allo scoperto. Junio Valerio Borghese, rifugiatosi nella Spagna franchista, se la portò nella tomba sino al sopraggiungere della sua morte, avvenuta nel 1974 in circostanze sospette.

In conclusione, riportiamo il discorso, emerso durante le indagini, che con molta probabilità Borghese avrebbe rivolto alla popolazione per annunziare l’avvenuto golpe:

-Nicholas

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